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✲Capitolo 12 - Draco Malfoy✲

"Oh trust me, you are last thing on my mind...before I go to sleep at night." - Danah Slade

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Il pugno che sferri contro qualcuno, quando è mosso da rabbia pura, ha un gusto diverso. Non è solo l'urto contro la carne, il suono sordo che segue. È il modo in cui il tempo sembra fermarsi per un secondo, il modo in cui senti le tue nocche pulsare per l'adrenalina che si sente, il modo in cui l'aria stessa sembra trattenere il fiato, il modo in cui la terra sembri smettere di girare per un secondo.

E io non ho mai provato così tanta rabbia come in questo momento.

Il mio pugno colpisce McLaggen con tutta la forza che ho in corpo. Il rumore dell'osso che cede sotto la mia mano è netto, soddisfacente, e lo vedo barcollare all'indietro, la testa che sbatte contro il muro, il corpo che crolla pesantemente sul terreno. Un gemito soffocato gli sfugge dalle labbra, le sue mani si stringono al naso che ora sanguina copiosamente, sporcandogli il viso e la camicia minuti fa immacolata.

Ma io non ho finito.

Lo afferro per il colletto della giacca e lo tiro su con una violenza che non sapevo nemmeno di possedere. Lo schianto di nuovo contro il muro, il mio respiro è affannoso, il cuore batte all'impazzata nelle orecchie. Non sento più la musica provenire dalla Sala Grande, né le voci lontane delle altre coppie nel cortile e nemmeno la Granger che mi dice di fermarmi e i suoi singhiozzi. Sento solo il mio sangue pulsare nelle tempie, la rabbia bollire in ogni fibra del mio essere.

«Che cazzo pensavi di fare, eh?!» sibilo, la mia voce bassa, pericolosa. «Rispondi».

Lui tossisce, il sangue che gli cola dalle narici in un rivolo scuro. «Malfoy... io... non-».

«Ti ho fatto una domanda». Stringo la presa sul tessuto della sua giacca e lo scuoto con violenza. «Volevi vantarti con gli amici, eh? Mostrare che potevi ottenere quello che volevi?». Gli do uno schiaffo, questa volta sulla guancia, non forte come il primo, ma sufficiente a farlo sobbalzare, e sufficiente a far formicolare la pelle della mia mano. «Sei una merda».

Lui prova a divincolarsi, ma lo tengo fermo. «Io... non volevo...».

«Non volevi cosa?». Lo spingo di nuovo contro il muro, avvicinando il viso al suo. «Non volevi farti beccare? Non volevi che qualcuno ti fermasse? Non volevi perderti l'occasione di scopartela?». Gli occhi di McLaggen si spalancano, il terrore puro si riflette nelle sue iridi.

Bene. Dovrebbe averne.

«Se ti avvicini di nuovo a lei, giuro su tutto ciò che ho che ti farò rimpiangere il giorno della tua fottuta nascita!».

Lo lascio andare con uno strattone, facendolo crollare di nuovo a terra come un vecchio straccio. Lui geme, si tiene il naso con entrambe le mani, il sangue che cola tra le dita, e il suo respiro è tremante, spezzato dalla paura.

Mi giro finalmente verso la Granger.

Lei è ancora contro la parete, immobile. Le sue mani sono strette ai lati del vestito, il petto si solleva e abbassa in respiri rapidi, il viso pallido, gli occhi spalancati, confusi, spaventati, lacrime che inumidiscono le sue guance morbide. Per un lungo, interminabile istante, restiamo così. Io, con il sangue che mi pulsa nelle vene, il fiato corto e le nocche che bruciano. Lei, che non dice nulla, ma il suo sguardo contiene qualcosa che non riesco a definire.

Non so cosa fare, non so cosa dire.

Dovrei voltarmi e andarmene. Dovrei lasciarla qui, fare finta che tutto questo non sia mai successo. Non dovrei essere qui. Non dovrei averlo fatto.

Non per lei.

Eppure, l'ho fatto.

E non riesco a pentirmene.

Mi sto odiando per questo.

Senza dire una parola, mi volto e mi allontano, lasciandomi alle spalle il cortile, McLaggen a terra e la Granger con i suoi occhi spalancati. Non voglio sentire se mi chiama, non voglio sapere se mi guarda andare via. Devo uscire da qui.

Quando rientro nella Sala Grande, il brusio, le risate, la musica sono un pugno nello stomaco dopo il silenzio del cortile. Cammino deciso, supero coppie che ballano, studenti che si godono la serata, e sento i miei amici chiamarmi.

«Draco! Che diavolo-» Blaise mi raggiunge per primo, afferrandomi per il braccio. «Dove cazzo sei sparito?».

Daphne si avvicina, i suoi occhi azzurri che cercano una risposta nel mio viso. «Draco, cos'hai? Sei pallido».

Theo arriva subito dopo, confuso. «Hai l'espressione di uno che ha appena commesso un massacro, tutto bene?».

Mi libero dalla presa di Blaise con uno strattone. «Devo andarmene».

«Andartene? Il ballo è appena iniziato!» protesta Daphne, cercando di afferrarmi la mano, ma la tiro via senza guardarla.

«Non ti ci mettere pure tu!».

Senza altre spiegazioni, mi allontano da loro e attraverso la Sala Grande, ignorando le voci che mi chiamano, gli sguardi incuriositi tutti puntati su di me. Esco dalla Sala Grande e mi dirigo verso la Torre di Astronomia.

L'aria fredda della notte mi colpisce il viso mentre salgo le scale due alla volta. Il vento soffia forte quassù, scompigliandomi i capelli, raffreddando la mia pelle ancora calda dalla rabbia. Mi appoggio alla balaustra di pietra, il petto che si alza e si abbassa mentre cerco di controllare il respiro.

Perché cazzo l'ho fatto?

Perché sono intervenuto? Perché ho colpito McLaggen? Perché non ho potuto lasciarlo fare?

Stringo i pugni, il dolore alle nocche ora più intenso, più reale. Le guardo, il sangue rappreso sulle dita, il promemoria di ciò che è appena accaduto.

Non riesco a pentirmene, cazzo.

Ma non so nemmeno cosa significhi.

Minuti passano, e poi sento alcuni passi avvicinarsi. Passi di una ragazza, visto il ticchettio dei tacchi. Il suono si fa più vicino, regolare, come se chiunque stesse camminando fosse intimorito, timido. Il vento soffia più forte, scompigliandomi ancora di più i capelli, ma io non mi volto.

Il rumore dei tacchi rallenta, poi si ferma del tutto. Per qualche secondo c'è solo il silenzio, interrotto dal fruscio delle vesti mosse dal vento. Poi, un respiro profondo.

Mi irrigidisco quando mi rendo conto di chi è.

«Malfoy?». La sua voce è bassa, incerta, ancora tremante da ciò che è appena successo.

Non rispondo subito. Stringo la balaustra, il freddo della pietra che penetra nella mia pelle.

«Che ci qui?» chiede ancora, con un filo di voce. «E perché lo hai fatto?».

Il vento ulula attorno a noi, sollevando una ciocca dei suoi capelli e facendola ondeggiare davanti al suo viso. Hermione la scosta con una mano tremante, il suo sguardo fermo, insistente.

«Rispondimi». La sua voce è più sicura ora, più forte.

Inspiro profondamente, il petto che si gonfia. Sono esausto, non so cosa dirle. Mi volto lentamente, trovandola in piedi davanti a me, la luna che illumina il suo viso ancora rigato di lacrime ormai asciutte.

«Cosa vuoi che ti dica, Granger?» la mia voce è più rude di quanto intendessi. «Che l'ho fatto per te? Che volevo difenderti?». Scuoto la testa con un sorriso amaro. «Non sono il tuo fottuto eroe».

Lei mi fissa, il respiro leggermente spezzato. «Non ti sto chiedendo di esserlo».

Un silenzio teso si allunga tra noi. Il vento soffia, portandosi via il calore della notte. Lei fa un passo avanti, e per un attimo mi chiedo se abbia intenzione di dire qualcos'altro. Ma poi si ferma, le labbra leggermente socchiuse, come se nemmeno lei sapesse cosa aggiungere. Mi scruta il viso, come se volesse che io aprissi bocca.

Con un sospiro, la Granger abbassa lo sguardo, stringendosi nelle spalle. «Allora perché?».

Non rispondo. Perché non lo so. E questo mi spaventa più di tutto.

Sospira di nuovo e si avvicina a me, fissandomi in un modo quasi inquietante. «Perché mi fissi con quell'aria assatanata? Sembri impossessata», la schernisco.

«Niente. Non posso nemmeno guardarti ora?» mi domanda, alzando un sopracciglio. E' incredibile di come può essere sarcastica quando ho letteralmente riempito di botte il suo accompagnatore.

«Da quando Hermione Granger compra vestiti che mostrano più del dovuto?» le chiedo ghignando. Di solito è una santarellina ed ero quasi sicuro che non l'avrebbe messo.

«E' un regalo, non l'ho comprato io» ribatte lei, infastidita.

«Di chi?».

«McLaggen» replica, mentendomi. Ma io le reggo il gioco, non volendola incazzata ulteriormente.

«Prevedibile». Però poi la mia espressione diventa seria, i miei occhi incontrando quelli castani di lei. E' la prima volta che la vedo da così vicino. E per la prima volta posso scrutare il suo viso al minimo dettaglio, i suoi occhi castani che sembrano scrutarmi nel profondo, penetrando tra le fitte pareti ghiacciate intorno al mio cuore che, per qualche motivo, salta un battito. Per la prima volta mi accorgo di quanto siano intensi, di come brillino alla luce della luna. E per un attimo, un solo attimo, dimentico tutto il resto.

La Granger si passa una mano tra le sue onde morbide, visibilmente nervosa. Il vento soffia più forte, e lei si stringe nelle spalle. «Dovrei tornare dentro» mormora, ma non si muove.

«Dovresti» confermo, ma nemmeno io faccio un passo indietro.

Il silenzio tra noi è carico, quasi opprimente. È strano, perché fino a poche ore fa non avrei mai pensato di trovarmi in questa situazione, qui con lei, dopo aver ridotto di merda McLaggen. Eppure, eccomi qui, con il respiro affannoso che si accorcia a ogni secondo che passa.

Lei alza la mano, esitante, e la posa sul mio avambraccio. È un tocco leggero, quasi impercettibile, ma manda una scarica elettrica lungo tutta la mia spina dorsale. «Grazie» sussurra appena, abbassando lo sguardo.

«Non l'ho fatto per te» rispondo, ma la mia voce tradisce quanto poco io stesso ci creda.

Lei solleva lo sguardo, le sue labbra leggermente dischiuse, e so che vorrebbe dirmi qualcosa. Che vorrebbe smontare la mia facciata con uno dei suoi discorsi razionali e perfetti. Ma per la prima volta, non lo fa. Per la prima volta, sembra incerta quanto me, non sa che dire.

Poi, come se fosse guidata da una forza esterna più forte della sua mente razionale, si avvicina di qualche centimetro. Il mio respiro si ferma. Non dovrei lasciarla fare. Non dovrei volere che accada quello che so accadrà.

Eppure, quando il suo viso è così vicino al mio da sentire il suo respiro sfiorarmi la pelle, non mi tiro indietro. Il mio sguardo scende sulle sue labbra rosso ciliegia, morbide, leggermente tremanti.

Hermione esita, i suoi occhi cercano i miei, quasi a chiedere il permesso. E in quel momento capisco che la voglio tanto quanto lei vuole me.

Non so chi si muove per primo, se lei o io, ma un secondo dopo le nostre labbra si incontrano. È un bacio lento, quasi insicuro. Ma è anche pieno di qualcosa che non so sia, qualcosa che non voglio definire perché mi spaventa troppo. La sua mano si aggrappa al tessuto della mia camicia, come se avesse paura che io potessi svanire da un momento all'altro. E io la stringo per la vita, attirandola più vicino, sentendo il suo calore contro il mio petto.

Il tempo sembra fermarsi.

Quando ci separiamo, entrambi senza fiato, lei mi guarda come se non sapesse se pentirsene o rifarlo subito.

Io so solo che è già troppo tardi per tornare indietro.

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